Appunti da Melbourne: oltre il mito della città più vivibile al mondo



Per il sesto anno consecutivo Melbourne è stata proclamata dall’Economist la città più vivibile al mondo. Melbourne diventa quindi luogo simbolo dell’ego moderno, iperattivo e nevrotico. Fondata nel 1835, meno di due secoli fa, ha una storia piuttosto recente, essendosi costituita soprattutto a partire dal secondo dopoguerra grazie all’afflusso di emigranti europei. È la città australiana che meno ha risentito delle recenti crisi economiche, e si espande ad una velocità maggiore di Sydney. Viene tuttavia spontaneo chiedersi: quale visione guida la crescita della “città più vivibile al mondo”?


Lo sviluppo di una città, o di una civiltà, infatti, nasce da un pensiero preciso e riconoscibile, orientato verso un certo ideale di umanità. E in Australia – a Melbourne come a Sydney, Perth, Brisbane o Adelaide – l’uomo ha potuto sviluppare senza ostacoli i propri progetti, dopo aver sradicato senza eccessivo sforzo le tribù aborigene dai loro territori. Che forma ha quindi la “città più vivibile al mondo”?

La metropoli moderna appare innanzitutto come il luogo della produttività e del consumo. Al commercio viene assegnata la posizione centrale: il cuore della città è definito CBD (Central Business District). Insegne luminose e vetrine segnalano la presenza di centinaia di negozi e centri commerciali. L’affaccendarsi (busy-ness) nel mondo ruota quindi attorno allo scambio di merci: i soldi fanno girare il mondo, questo mondo, questa città. Lungo le vie del centro, come le affollate Collins St a Bourke St, transitano masse di persone costrette ad ignorarsi a vicenda. Non è possibile fermarsi, solo transitare. Non è possibile guardarsi o incontrarsi, ma solo evitare lo scontro in una tale ressa. Anche la Cattedrale di St Paul, in pieno centro, è ridotta a luogo di passaggio, e all’ingresso si è accolti da alcune vetrine con prodotti religiosi in vendita. Questo è dunque il centro, il luogo più importante della “città più vivibile al mondo”. Un luogo in cui è impossibile entrare in relazione con l’altro. Se il centro è il luogo dell’affaccendarsi, nei sobborghi i lavoratori dovrebbero poter evadere dal caos. L’evasione tuttavia è solo vagheggiata: non si sfugge alla “macchina”. Non si può sfuggire all’imperativo di rendere produttivo il proprio tempo, sfiancarsi. Abitazioni enormi, isolate come atomi, divise razionalmente da una griglia di strade. Case per singoli individui proiettati verso una realizzazione solitaria, svincolata da relazioni familiari o comunitarie. Nel tempo libero si è incoraggiati a frequentare centri commerciali o palestre. Che, a differenza delle chiese, non chiudono mai. Al termine della settimana lavorativa, il venerdì pomeriggio, i pub e i locali si riempiono di lavoratori sfiniti, esausti.

Questo è il luogo dove potersi realizzare, secondo i criteri dominanti. Chi potrebbe abitare questa città, se non un workaholic, ovvero un ego costretto all’isolamento, nevrotico, ridotto a consumatore di beni superflui e definito quasi esclusivamente dal proprio lavoro? Secondo quale visione distorta l’Economist può valutare Melbourne la città più vivibile al mondo? Scriveva Federico García Lorca, a proposito di un’altra metropoli simbolo della modernità occidentale, New York:

L’aurora arriva e nessuno l’accoglie nella bocca perché là non c’è domani né speranza possibile. Talvolta le monete fitte in sciami furiosi traforano e divorano bambini abbandonati. I primi ad affacciarsi comprendono nelle ossa che non avranno l’eden né gli amori sfogliati; sanno che vanno al fango di numeri e di leggi, a giochi privi d’arte, a sudori infruttuosi. La luce è seppellita da catene e frastuoni in impudica sfida di scienza senza radici. Nei quartieri c’è gente che barcolla d’insonnia come appena scampata da un naufragio di sangue.

Non ci sentiamo anche noi spesso parte di quella “gente che barcolla d’insonnia” che il poeta guardava camminare nella New York degli anni Trenta? Non avvertiamo anche noi quel senso di sfinimento, dopo un’ora trascorsa tra le vie affollate e rumorose di una qualsiasi metropoli moderna? Dove cercare la luce, seppellita “da catene e frastuoni”?

Insorgere oggi significa anche contestare il modello di vivibilità imposto dalla società moderna. E nella stessa Australia oggi sta sorgendo un pensiero critico nei confronti di un modello sociale imperniato sul culto del lavoro. Ci si sta accorgendo che non resta più molto tempo per spiagge, mare, surf e uno stile di vita rilassato, nella nuova società del rendimento. È questo certo il segno di un’insorgenza vitale, di un’urgenza: per quanto tempo possiamo infatti ancora illuderci che la realizzazione consista solo nel successo finanziario di un ego isolato e irrelato? E che la città più vivibile corrisponda esclusivamente al luogo in cui questo ego possa usufruire dei servizi e delle infrastrutture migliori?

Rianimare oggi la vita nelle città è possibile solo smascherando la logica distorta che ne guida lo sviluppo. Siamo invitati a ritrovare dentro e fuori di noi spazi di silenzio e quiete, a pensare a un nuovo tempo, davvero libero e sottratto all’iperattività moderna: è infatti nell’ascolto profondo della nostra interiorità che ritroviamo noi stessi, non nella frenesia metropolitana di attività esteriori e superficiali. Solo in questo spazio meditativo possiamo riscoprire le nostre esigenze più autentiche, e a partire da queste iniziare un cammino di personale realizzazione. Un agire libero e creativo nasce da un’anima non più frammentata e divisa da molteplici bisogni artificiali, e dalla smania impulsiva del loro soddisfacimento, ma da un’anima integra, e cioè unita, in cui il fare non sia scisso dal pensare e dal sentire.

Creiamo quindi noi dei luoghi di riposo autentico, di cura e di ascolto. Cerchiamoli, anche nei parchi o negli angoli di Melbourne, Roma o Milano. E includiamo tra i criteri di vivibilità, ad esempio, l’integrità della nostra anima, il bene del nostro corpo, la possibilità di coltivare relazioni vere.

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