Byung Chul-Han: un confronto tra modelli di sorveglianza in Europa e Asia

Aggiornamento: lug 1




Privacy e sicurezza: quale confine?

Il filosofo coreano Byung Chul-Han lo scorso 22 marzo ha pubblicato un articolo sull’edizione digitale del quotidiano spagnolo El País, mettendo a confronto l’approccio asiatico e quello europeo nei confronti della pandemia. Secondo il filosofo, in alcuni Paesi asiatici come Giappone e Corea, i governi hanno potuto attuare agevolmente sistemi per l’utilizzo dei dati dei cittadini per il monitoraggio sociale, favoriti dalla mentalità autoritaria e collettivistica e dalla mancanza di coscienza critica dei cittadini. Durante l’epidemia ciò ha permesso di salvare molte vite umane. In Europa, invece, l’utilizzo dei dati personali è entrato in conflitto con il concetto di individuo e di privacy, e questo non ha impedito, o quantomeno ha ritardato, la diffusione del contagio. Se in Asia, prosegue il filosofo coreano, è già in vigore un modello innovativo di sovranità, che consiste nel possesso dei dati dei cittadini da parte del governo, in Europa sono stati attuati provvedimenti tipici di un modello di sovranità ormai superato, attraverso la chiusura delle frontiere e il controllo esclusivo del territorio fisico. Di fronte a questo scenario, è evidente come lo stato di polizia digitale cinese possa oggi proporsi come modello di successo. Così in Europa potremmo assistere all’abrogazione dei diritti in nome della sicurezza.

Il controllo dei dati personali

A partire da queste considerazioni di Byung Chul-Han, è importante (e lo sarà soprattutto ad emergenza conclusa) interrogarsi sulla definizione di un nuovo equilibrio tra individuo e governo, tra dimensione privata e pubblica, tra cittadino e Stato. Sappiamo che esistono ormai da tempo tecnologie in grado di tracciare ogni minimo movimento dei cittadini, fin qui adottate dalle aziende per la profilazione commerciale degli utenti. La novità è che ora anche i governi europei rivendicheranno il proprio diritto di entrarne in possesso. Anche i nostri governanti, dunque, attraverso accordi commerciali con i colossi tecnologici (Google, Facebook, ecc.), si potranno accaparrare il possesso e l’utilizzo di dati personali di cui, forse, fin qui non percepivano pienamente il valore. Questo porterà a un maggior controllo sociale sulla popolazione europea e, in nome della loro sicurezza, gli individui saranno costantemente monitorati. Cosa comporterà ciò per i diritti dell’individuo? La sensazione è che, in genere, i cittadini saranno propensi ad accettare qualunque soluzione verrà proposta, senza soffermarsi troppo sulle implicazioni di eventuali scelte e restringimenti di tali diritti. Questo accade poiché siamo permeati da un’ideologia che assegna alla “tecnologia” e alla “scienza” il potere di governare le nostre vite. Ma tale ideologia non è assoluta, e in un regime democratico qualsiasi cambiamento politico e sociale deve passare da un dibattito pubblico e parlamentare.

Quale sicurezza? Quale salute?

Questo dibattito sarà urgente e non potrà che nascere dal confronto tra antropologie, ovvero tra differenti visioni dell’umano. La risposta sociale che sceglieremo, il livello di compromesso a cui decideremo di acconsentire, dipenderà dal pensiero a cui sceglieremo di dare credito. La visione oggi dominante, come detto, affida alla tecnologia la capacità di orientare nel modo migliore la vita delle persone. Secondo tale ideologia tecnocratica, è attraverso le conquiste scientifiche e tecnologiche che l’uomo può realizzarsi, così cedendo i dati dei cittadini allo Stato e implementando la sorveglianza – ad esempio tramite installazione massiccia di videocamere – il governo potrebbe farsi garante della loro sicurezza e della loro salute. I romanzi e i fumetti utopici del XX secolo, in questo senso, non sarebbero che l’anticipazione di un desiderio inconscio dell’umanità, che ora potrebbe realizzarsi. Al tempo stesso, però, è ragionevole credere che sicurezza e salute continueranno ad essere minacciate dalla precarietà lavorativa ed economica, e dagli effetti deteriori del capitalismo, tra cui: inquinamento, alienazione, depressione. Riprendendo le parole di Byung Chul-Han, sviluppata anche nei suoi ultimi saggi: dalla guerra verso un nemico esterno e invisibile, il ritorno alla società del rendimento segnerà la ripresa della guerra contro sé stessi, il ritorno a un auto-sfruttamento volontario, imposto ai cittadini dal capitalismo. Dunque ciò che verrà venduta ai cittadini è un’illusione di sicurezza e di salute. Il controllo sociale sarà molto più elevato e opprimente, la vita delle persone sarà sorvegliata, ma né la sicurezza né la salute saranno in definitiva garantite, perché ovviamente ciò dipende da molteplici fattori sociali, economici, somatici, psichici, ecc. che i governi non saranno disposti a garantire, ma piuttosto proseguiranno a minacciare con le loro stesse azioni.

Per una “rivoluzione umana”

Quale visione alternativa è pensabile? Byung Chul-Han afferma, a questo proposito, che l’umanità sarà chiamata ad avviare una rivoluzione umana. Il cambiamento sarà affidato a chi avrà la forza e il coraggio di immaginare un mondo diverso. Se l’unico cambiamento che vediamo davanti a noi coincide con una cessione dei diritti individuali, avvertita come inevitabile, ciò non fa altro che confermare la grave carenza creativa in cui è sprofondata la nostra società. Una società che, ancora prima della pandemia, non era stata in grado di elaborare una visione alternativa a quella neoliberista, producendo una crescente diseguaglianza sociale, povertà endemica, inquinamento ambientale, malattie fisiche e psichiche su scala globale. La crisi sanitaria ed economica che ci troviamo a vivere, non fa altro che metterci nuovamente di fronte, e in modo ancora più radicale, alla necessità di elaborare un nuovo pensiero e un nuovo modo di agire, più sostenibile per l’umanità e per il pianeta.