Cultura pandemica: alcune riflessioni

Aggiornamento: ott 6


La pandemia di COVID-19 ha colto di sorpresa tutti noi - tranne un ristretto numero di virologi (inascoltati). Ad un tratto siamo stati assaliti dal terrore dell'imprevedibile. Non che prima la nostra esistenza fosse priva di rischi inattesi. Tuttavia, avvertivamo di aver guadagnato un sapere, accumulato delle conoscenze tali da poter includere determinati imprevisti tra gli eventi che potevamo attenderci dal futuro. Questo ci garantiva una relativa sicurezza nel quotidiano e nelle relazioni sociali.


La pandemia ha svelato l'inconsistenza delle risposte di scienza e tecnica di fronte all'inatteso, e quindi ha messo in crisi le nostre convinzioni. La popolazione globale si è trovata a dover fronteggiare un "nemico invisibile" - così come è stato ribattezzato dai media - senza disporre di armi per contrastarlo. L'apparato tecno-scientifico su cui facevamo affidamento ha rivelato la propria fragilità di fronte a un "cigno nero", un evento imprevisto e sconvolgente. Smarrita la protezione dell'ideologia scientifica - rivelatasi illusoria - ci siamo ri-scoperti mortali, e abbiamo dovuto ri-conoscere la precarietà delle nostre esistenze.


Il crollo della sovra-struttura del sapere scientifico, ha messo a nudo la "struttura" umana, il nostro modo d'essere, in cui la vita non è separabile dalla morte. Questa consapevolezza era ben presente in molte culture del passato. Gli antichi Greci, ad esempio, identificavano l'uomo come "il mortale", proprio per coglierne il tratto distintivo dagli animali, ovvero la coscienza della morte. Le tradizioni religiose di ogni tempo assegnano alle dimensioni più oscure e tragiche dell'esistenza un significato profondo nel percorso dell'individuo verso la propria realizzazione. L'antropologo Mircea Eliade, a tal proposito, afferma che l'uomo è costitutivamente homo religiosus, ovvero: «crede sempre all'esistenza di una realtà assoluta, il sacro, che trascende questo mondo ma che in esso si manifesta e che quindi lo santifica e lo rende reale». Per questo, il soggetto religioso assume la postura di chi si riconosce precarius (dal latino prex, preghiera), e consapevole della propria finitezza e precarietà esistenziale si affida ad Altro, a una dimensione trascendente che lo supera ma con la quale tenta di instaurare un rapporto - declinato diversamente nelle varie tradizioni religiose storicamente attestate.


Oggi la cultura riduzionistica e materialista in cui viviamo, ormai globalizzata, è caratterizzata da un atteggiamento differente nei confronti del negativo (malattia, morte, dolore e senso del limite). Da un lato tenta di rimuoverlo dalla coscienza, perciò ci induce ad alienarci dal nostro essere e vivere nella dimenticanza del Sé: la nostra è l'epoca dell'intrattenimento e della distrazione. Dall'altro, in un delirio di onnipotenza, lo esorcizza arrivando a concepire scienza e tecnica non solo come strumenti - indubbiamente efficaci - di prevenzione e cura, ma alla stregua di idoli in grado di assicurarci la salvezza intra-mondana, la "salute" e la "sicurezza" (e in futuro, nella prospettiva aperta dal trans-umanesimo, preservarci dalla decadenza e dalla morte).


Se è vero dunque che lo shock causato dal virus avrebbe potuto innescare una riflessione sul nostro essere e un confronto con aspetti essenziali e rimossi del nostro Sé, gli esponenti della cultura dominante non hanno individuato alcun significato nella crisi, limitandosi a ribadire la necessità di ristabilire il controllo sulla realtà in nome della sicurezza individuale e collettiva. Laddove la COVID-19 aveva svelato la fragilità di un sistema-mondo sempre più insostenibile, la scienza e la tecnica sono state investite del compito di ristabilire il predominio dell'uomo sulla natura (sulla malattia, sulla morte).


Giunti a questo punto, è fondamentale quindi comprendere il nesso esistente tra il sistema di valori che caratterizza la nostra cultura e le strategie governative e le politiche sanitarie attuate durante la pandemia. Le decisioni dei governi, infatti, sono state inevitabilmente in-formate da una precisa concezione antropologica e culturale, aprioristicamente assunta come unica e inconfutabile.


Secondo tale visione materialistica e nichilistica, l'essere umano non avrebbe altro scopo che preservare la propria esistenza biologica, rinunciando a qualsiasi aspirazione superiore. Dall'insensatezza della vita e dall'assenza di una prospettiva oltremondana o trascendentale, non può che derivare la ricerca ossessiva della sicurezza totale e della "salute" (equiparata oggi alla mera assenza del virus SARS-CoV-2 nell'organismo), per preservare ad ogni costo la "nuda vita".


Queste brevi riflessioni introduttive vogliono contribuire ad aprire uno spiraglio in un sistema comunicativo che si ostina a creare polemiche sterili, e creare divisioni tra le persone polarizzando il dibattito sulla pandemia, etichettando qualsiasi pensiero critico o divergente. Oggi, infatti, è urgente recuperare la possibilità di interrogarci sulla nostra cultura e sui suoi valori, invece di assoggettarci al dominio dei dati e alle logiche tecnocratiche.


Bisogna iniziare inoltre a contestare una cultura della distruzione, che attraverso la deforestazione e il produttivismo alimenta, e continuerà a farlo, le cause delle zoonosi e di eventuali future pandemie. Una cultura che, refrattaria a qualsiasi cambiamento, insiste a produrre nuovi scenari emergenziali (a iniziare da quello climatico), sapendo di poter fare ricadere ancora una volta i costi umani e sociali di tali disastri su una popolazione sempre più passiva e anestetizzata.


Bibliografia:


- M. Benasayag, La salute ad ogni costo. Medicina e biopotere, Vita e Pensiero, Milano 2010, 104 pp.


- M. Eliade, Il sacro e il profano, Bollati Boringhieri, Torino 2013, 139 pp.


- Byung-chul Han, La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite, Einaudi, Torino 2021, 96 pp.


- M Heiddeger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2005, 638 pp.


- S. Petrosino, Lo scandalo dell'imprevedibile. Pensare l'epidemia, Interlinea, Novara 2020, 80 pp.


- N. N. Taleb, Il cigno nero. Come l'improbabile governa la nostra vita, Il Saggiatore, Milano 2008, 384 pp.