Dal mito della razionalità alla religione dell'algoritmo



L’algoritmo sembra essere l’ultimo tentativo dell’umanità di mantenere il controllo su una realtà sempre più complessa e imprevedibile. Paradossalmente però, il successo degli algoritmi nasce dalla sconfitta della razionalità occidentale. In che modo si è compiuto il fallimento del mito della razionalità, e come è stato sostituito da un’illusione ancora più potente?


La nascita dell’individuo


L’antropologo Lévy-Bruhl afferma che l’umanità primordiale viveva in una condizione di participation mystique, cioè di profonda unità spirituale con il mondo. Nel corso dell’evoluzione, tuttavia, prese avvio un processo di separazione dell’umanità dalla realtà esterna, dal “tutto” in cui prima era immersa. Questo allontanamento determinò un cambiamento profondo: il mondo perse la sua sacralità, e l’uomo iniziò a considerare le risorse naturali, e le altre specie animali, come “oggetti” dei quali poteva disporre per soddisfare i propri bisogni.


Il dominio sul mondo


L’uomo iniziò a sfruttare gli elementi naturali, addomesticando piante ed animali, ed estese il proprio potere sul mondo con l’invenzione di nuovi strumenti tecnologici. Il dominio dell’uomo si attuò anche attraverso il linguaggio: la facoltà logica-discorsiva, infatti, gli consentì di acquisire una conoscenza sempre più profonda sulla realtà, riducendo l’esperienza alla sua rappresentazione concettuale. In conclusione, distanziandosi dal mondo l’uomo si convinse di poterlo possedere e dominare.


La disillusione: Copernico, Darwin e Freud


Questa convinzione si consolidò nei secoli fino alla modernità: lo sviluppo tecnologico estese il potere dell’uomo sulle risorse naturali, e la civiltà europea, che si era auto-proclamata superiore alle altre, ed era animata dalla fede nella razionalità umana, sembrava procedere verso un inesorabile progresso tecnico, scientifico e sociale.

La crisi, inattesa e sconvolgente, fu inaugurata da quelle che Sigmund Freud definì le tre ferite inferte alla “megalomania dell’ego occidentale”. Dapprima Copernico – la cui teoria sarebbe stata dimostrata dalle scoperte di Galileo Galilei – smentì la veridicità della concezione aristotelico-tolemaica, assegnando alla Terra (e all’essere umano) una posizione periferica nell’universo; poi Darwin, con la teoria evoluzionistica, negò la centralità originaria dell’essere umano nella Creazione; infine, la nascita della psicoanalisi fece vacillare definitivamente la convinzione dell’uomo nella propria superiorità sul mondo.


La psicoanalisi e l’inconscio


La scoperta dell’Es freudiano, infatti, mise l’io dinnanzi all’Ombra inconscia che aveva rimosso, ma che premeva per manifestarsi in modo imprevedibile. Come intuì profeticamente Robert Luis Stevenson nel suo romanzo del 1886, il dottor Jeckyll (la razionalità) nasconde mister Hyde (l’inconscio): un’Ombra che non tardò a manifestarsi anche nella storia europea. L’irrazionalità dell’uomo moderno, che era rimasta nascosta dietro ai successi tecnologici e scientifici della Belle Époque, rivelò infatti la sua distruttività all’inizio del Novecento nell’orrore dei campi di concentramento e delle guerre mondiali. La fede nella razionalità di stampo illuministico sembrava abbandonare l’umanità.


L’incontro con la complessità


Il mito della razionalità veniva smentito dalla storia stessa: il progresso tecnologico, infatti, sembrava condurre l’uomo verso la sua fine, come dimostrava l’incombente minaccia nucleare. Tale disillusione caratterizzò anche il pensiero filosofico: Nietzsche criticò e smascherò la “menzogna bimillenaria”, ovvero la pretesa della metafisica di rappresentare e comprendere la realtà attraverso il pensiero logico-razionale.

Come scrive il filosofo argentino Miguel Benasayag nel libro La tirannia dell’algoritmo, nel Novecento dunque si consumò l’incontro/scontro dell’uomo con la complessità (p. 28), da cui si originò una profonda disillusione:

La grande rottura degli inizi del Novecento produce un effetto scioccante: improvvisamente, l’edificio che si fondava sull’idea che l’uomo bianco, maschio, occidentale, razionale dovesse dominare la materia, si sgretolava. (p. 31)

L’umanità prosegue la sua corsa


Da un lato, questo “incontro” generò confusione e smarrimento: uno stato emotivo che caratterizza la post-modernità e la sua poetica. Tuttavia, nel prendere coscienza dei limiti della propria razionalità, l’umanità non volle rassegnarsi, infatti, prosegue Benasayag: “il pensiero occidentale, invece di fermarsi e interrogarsi su se stesso, continua nella sua corsa e sarà vittima […] di un ‘cattivo incontro’ con il mondo digitale” (p. 32). Dalla crisi della razionalità l’umanità poté emergere attraverso la fede nella tecnica e nell’informatica quali strumenti per riaffermare la propria superiorità sul mondo.


Dal culto della Ragione al Dataismo


Siamo arrivati ai giorni nostri. Nell’epoca della “governamentalità algoritmica”, questa promessa tecnica sembra finalmente compiersi: l’esperienza si tramuta in una massa di dati (Big Data), che vengono processati da algoritmi i quali generano inferenze e previsioni. Se la razionalità umana aveva fallito nella comprensione di una realtà complessa, con la “macchina” il mondo torna ad essere un “tutto” conoscibile e calcolabile:

Nella modernità, l’uomo in quanto essere umano doveva compiersi grazie alla razionalità totale. Nell’ipermodernità, è la macchina che deve portare a compimento tale razionalità. (p. 55)

Si compie il passaggio dal culto della Ragione – diffuso all’epoca della Rivoluzione Francese – alla nuova religione del Dataismo, animata da un atteggiamento fideistico di delega dell’autorità umana agli algoritmi e ai big data.


Quali rischi: marketing e politica


Secondo questa visione, l’algoritmo, sulla base dei dati che continuamente raccoglie, può elaborare un profilo attendibile dei cittadini (o utenti). Così le multinazionali, attraverso la profilazione commerciale, cercano di intuire le tendenze d’acquisto e i comportamenti futuri degli utenti, ma soprattutto di orientarne le scelte. Il rischio, in questo caso, è di cadere nella trappola della filter bubble: l’utente, che può scegliere tra infinite opzioni di intrattenimento e prodotti, crede di poter esercitare la propria libertà, ma in realtà esse sono state selezionate dall’algoritmo. Il cittadino rischia così di corrispondere ai gusti e alle preferenze del “profilo” che l’algoritmo ha elaborato, più che ai propri (i quali potrebbero variare in modo imprevedibile).

Ancora più pervasiva la profilazione attuata dai governi nei confronti dei cittadini: non più uno scenario distopico, ma già una realtà, ad esempio in Cina, dove lo Stato assegna un livello di reputazione ai propri cittadini attraverso il Sistema di credito sociale. In questo caso, quindi, la raccolta dei dati non si limita ad influenzare le scelte d’acquisto, ma può determinare una limitazione della libertà e dei diritti individuali.

Mentre l’Occidente studia sistemi di sorveglianza analoghi a quello cinese – e in molti sembrano considerare la privacy come un inutile orpello democratico – l’algoritmo sembra minacciare la democrazia, a causa della crescente delega delle funzioni di decisione alla “macchina”. Le scelte politiche, infatti, sono sempre più influenzate dal parere degli esperti, che analizzano le informazioni ricavate dagli algoritmi e si sostituiscono al dibattito parlamentare. Il tramonto della democrazia sembra così accompagnarsi all’avvento della post-democrazia: un regime tecnocratico in cui sono i tecnici a prendere le decisioni, e non i rappresentanti del popolo.


Quale rimedio? Conosci te stesso


Dopo aver smarrito la propria fiducia nella ragione umana, l’umanità ha assegnato un credito totale alle macchine. Il ‘sapere della macchina’ viene ormai adottato dai governi per prendere decisioni politiche ed economiche, e non è contestabile: “La minima critica è interpretata come un inceppamento che occorre riparare o come qualcosa da eliminare attraverso lo scontro e la repressione“. (p. 86) Di fronte alla pretesa di una conoscenza totale del mondo e dell’uomo attraverso l’algoritmo, non possiamo far altro che tornare ad un antico precetto, come scrive Yuval Noah Harari:

Se tutto questo non vi piace e volete rimanere fuori dalla portata degli algoritmi, forse c’è solo un consiglio che posso darvi, un vecchio trucco: conosci te stesso […] finché vi conoscerete meglio di quanto non vi conoscano gli algoritmi le vostre scelte saranno ancora superiori alle loro e continuerete ad avere una certa autorità. (Yuval Noah Harari on big data, Google and the end of free will, “Financial Times”, 26 agosto 2016)

L’algoritmo può conoscere molto di noi e della nostra vita, e anche prevedere alcuni nostri comportamenti futuri. Tuttavia, i governi e le multinazionali non riusciranno nell’intento di controllare la vita dei propri cittadini e degli utenti, se le persone torneranno a coltivare l’arte della conoscenza di sé. Conoscere se stessi richiede tempo e fatica, ma è l’unico modo che abbiamo di affermare il nostro essere nella sua complessità, e nella sua imprevedibile libertà di agire e pensare.

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