Episodio 2: Che cosa c'è di sbagliato nella globalizzazione

Aggiornato il: lug 8


Nella prima lezione l’economista sudcoreano Ha-Joon Chang, docente presso l’Università di Cambridge, ha smentito la tesi secondo cui l’economia sarebbe una scienza oggettiva, elencando nella seconda parte le ragioni per cui la teoria economica sarebbe legata per sua natura alla sfera politica (e quindi al dibattito democratico). In questa seconda lezione della serie Economics for people, viene affrontata una prima grande questione, quella del controverso fenomeno della globalizzazione.


Il concetto di globalizzazione fu introdotto da Theodore Levitt, docente di Business Administration presso la Harvard Business School, ed è successivamente entrato nel dibattito pubblico a metà degli anni Novanta. La globalizzazione consiste anzitutto in un fenomeno che determina l’intensificazione dei flussi di beni, servizi, capitali e anche persone (sebbene, paradossalmente, i suoi sostenitori siano contrari all’immigrazione): un fenomeno così pervasivo da cambiare le regole interne dei singoli Paesi.

Entusiasmo globalista

Secondo un’opinione diffusa, la globalizzazione sarebbe una conseguenza dello sviluppo tecnologico nella comunicazione e nei trasporti, e almeno fino alla crisi economica del 2008 ha avuto numerosi sostenitori. Economisti come Jagdish Bhagwati e Jeffrey Sachs, infatti, tessevano le lodi della globalizzazione, mentre Robert Rubin, Segretario al Tesoro degli Stati Uniti tra il 1995 e il 1999, riteneva che tale fenomeno, ormai pervasivo, avesse migliorato la vita delle persone in tutto il mondo. Anche Kofi Annan si schierò a favore del libero mercato, affermando che avrebbe potuto salvare milioni di persone da una condizione di povertà. Pertanto, gli oppositori del libero mercato venivano definiti luddisti, ovvero “nemici” del progresso.

L’impatto reale sull’economia

A livello economico, la globalizzazione ha determinato manovre di liberalizzazione, deregolamentazione e investimenti diretti esteri (IDE), a loro volta suddivisi in greenfield e brownfield. Negli ultimi decenni infatti molte nazioni hanno deciso di eliminare varie limitazioni per favorire gli investimenti esteri e creare un ambiente favorevole alle imprese (business friendly environment).


Secondo i suoi sostenitori, questo processo, sul lungo periodo, avrebbe dovuto garantire lavori più qualificati e stipendi più alti. Nei fatti, però, ciò non si è mai verificato, poiché ben pochi lavoratori hanno potuto sostenere i costi della formazione per riqualificarsi a livello professionale. Così la disoccupazione è cresciuta, e molti di loro hanno finito per svolgere lavori sotto-qualificati. Il cosiddetto modello Heckscher-Ohlin-Samuelson, infatti, ha rivelato la propria fallacia, in quanto assumeva erroneamente che i lavoratori potessero cambiare agevolmente settore nel momento in cui si fosse verificato un calo della domanda in quello a cui appartenevano. Ciò, in realtà, è avvenuto solo in alcuni Paesi, e attraverso politiche attive per la formazione e la riqualifica dei lavoratori che avevano perso il lavoro; tuttavia, la maggioranza di essi ha dovuto fare ricorso a eventuale forme di sussidio economico. Ad esempio, in Paesi come Francia, Finlandia, Belgio, Italia e Danimarca le spese per il Welfare State si aggirano attorno al 30% del PIL, ma negli Stati Uniti non arrivano al 20%, e addirittura in Corea del Sud si attestano al 10%.

Quale contro-bilanciamento?

Come contrastare le conseguenze negative della globalizzazione? Per i sostenitori della teoria del trickle-down, è solo questione di tempo: la crescita economica globale, sebbene all’inizio interesserà solo una minoranza, arriverà poi a beneficiare tutta la società (dall’alto verso il basso). Tuttavia, dopo alcuni decenni, ciò non si è ancora verificato. Secondo i teorici neoclassici, invece, secondo il principio di compensazione i “vincitori” del modello della globalizzazione si occuperanno di sopperire, almeno in parte, agli svantaggi accumulati dalla minoranza “sconfitta”. Un ideale che in realtà non dà garanzie concrete e, oltre ad essere contrario al principio di Pareto, si avvicina ad una visione utilitaristica secondo cui il bene maggiore può essere ottenuto a scapito del danno inflitto alla minoranza della popolazione.

Cresce la disuguaglianza

Così, in assenza del meccanismo del trickle-down e della compensazione, la globalizzazione ha finito per aumentare la diseguaglianza negli ultimi decenni, soprattutto in America Latina e nell’Africa Sub-Sahariana ma, più in generale, la percentuale di crescita economica è diminuita progressivamente in tutto il mondo. Per invertire questa tendenza, conclude Ha-Joon Chang, è necessario che i Paesi riaffermino il proprio potere di minimizzare gli effetti negativi della globalizzazione attraverso strategie di politica interna, come è avvenuto ad esempio in Olanda e in Canada. La globalizzazione, infatti, non è originata in modo deterministico dallo sviluppo tecnologico, come spesso si afferma, ma può essere regolata attraverso la politica interna dei singoli Paesi e dagli accordi internazionali.

Concludendo, bisogna tornare a riappropriarsi della capacità umana di incidere negli eventi e di orientare il corso della storia. Non esistono fenomeni economici, sociali o tecnologici ineluttabili, ma essi sono determinati sempre da pensieri e ideali. Costruire un futuro differente significa iniziare a de-costruire le ideologie errate e sostituirle con nuove visioni.



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