Episodio 4: L'economia può aiutarci a salvare il pianeta?



La serie di lezioni pubblicate dall’economista Ha-Joon Chang prosegue affrontando la questione del rapporto tra dottrina economica e impatto ambientale. Possiamo calcolare i danni che ha prodotto, e continuerà a produrre, l’attuale modello economico? Inoltre: è ancora possibile invertire la rotta?


Per Naomi Klein, il libero mercato e il capitalismo sono, senza mezzi termini, la causa stessa del cambiamento climatico. Gli economisti neoclassici infatti, sostengono che, al massimo, si potrà ridurre l’inquinamento ma non eliminarlo, perché le attività umane che lo producono recano con sé anche dei benefici economici. Tuttavia è complicato misurare i costi e i benefici quando si tratta di beni ambientali (ad esempio, le foreste), che oltre ad avere una funzione in sistemi complessi come gli ecosistemi, possono anche rivestire un valore culturale o simbolico. Risulta difficile definire anche il valore economico che assume la difesa di una specie in pericolo di estinzione, o addirittura della vita umana.


Oggi, afferma Ha-Joon Chang, sappiamo che se non cambieremo modello economico, la temperatura del pianeta aumenterà di 4 gradi. Applicando a questo fenomeno l’analisi dei costi-benefici, si stima che ciò comporterà una perdita pari al 5% del PIL mondiale. Tuttavia questo dato non può essere ritenuto attendibile per vari fattori che l’economista sudcoreano elenca:

1. Complessità

Alcuni potenziali effetti sono esclusi dall’analisi, come l’impatto sociale di migrazioni di massa, o le conseguenze sul clima dello scioglimento del permafrost (che per alcuni esperti rilascerà enormi quantità di metano nell’atmosfera).

2. Incertezza

Per quanto sia possibile calcolare la probabilità che un evento noto accada o meno, non è possibile prevedere eventi che ancora non conosciamo, soprattutto se coinvolgono tutto il pianeta. In questo senso, l’irruzione dell’imprevedibile si è manifestata nel 2020 con la diffusione pandemica del Covid-19.

3. Tasso di attualizzazione

Oggi si ipotizza che l’economia globale continuerà a crescere: secondo questa logica, 100 dollari varranno in futuro l’equivalente di 97 dollari. Tuttavia il cambiamento climatico mette in discussione questo assunto, poiché potrebbe fermare la crescita economica a livello globale.


4. Incompatibilità con il principio di Pareto

Secondo questo criterio, appartenente alla teoria neoclassica, un cambiamento sociale non può essere definito un miglioramento se danneggia anche solo un’unica persona. Viceversa, nell’analisi costi-benefici il cambiamento climatico può essere ritenuto accettabile se garantisce benefici superiori ai (pur ingenti) danni causati all’ambiente e alle persone.

5. La sfida di valutare la vita umana

L’aumento della temperatura globale nell’ordine di 4 gradi causerà mezzo milione di morti premature in più ogni anno. Come si può valutare la vita di queste persone? Se si applica l’analisi di costi-benefici, la vita delle persone più povere verrà valutata molto meno di quelle che vivono nei Paesi ricchi.

6. Moralità

Gli Stati responsabili delle emissioni più considerevoli di anidride carbonica negli ultimi decenni, non si sono assunti la responsabilità di quanto avvenuto; tuttavia, ora pretendono che le nazioni più “povere” abbassino i loro livelli di emissione. Oltretutto, sembrano propense a voler agire con azioni mirate per contrastare il cambiamento climatico solo se ciò comporterà dei vantaggi in termini economici. Questa logica è erronea: anche la Seconda Guerra Mondiale determinò un aumento del PIL mondiale, ma non fu certamente un evento benefico per l’umanità.

Oltre l’analisi dei costi-benefici

In conclusione, afferma Ha-Joon Chang, l’analisi dei costi-benefici mostra vari punti critici, e per questo deve essere integrata con altri approcci. Bisogna così tornare a far riferimento al principio di precauzione, così come fu stilato nel 1992 a seguito della Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro:

Al fine di proteggere l’ambiente, un approccio cautelativo dovrebbe essere ampiamente utilizzato dagli Stati in funzione delle proprie capacità. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale.

In conclusione, in una situazione complessa come quella attuale, anche in assenza di informazioni certe sugli sviluppi del fenomeno del cambiamento climatico, è necessario intervenire per cambiare rotta, anche se ciò non comporterà dei benefici immediati in termini economici.