Episodio 6: I robot ci ruberanno il lavoro? Science fiction o realtà?


Il ciclo di lezioni Economics for People prosegue con le riflessioni dell’economista Ha-Joon Chang sul futuro del lavoro. Da più parti, infatti, si ritiene che la progressiva automatizzazione possa portare alla scomparsa di molti posti di lavoro, anche in settori che fin qui sembravano intoccabili per le elevate competenze richieste. Interrogarsi su questo fenomeno significa evitare di arrendersi al determinismo tecnologico, illudendosi di essere solo spettatori passivi dello sviluppo, senza poter opporre alcuna resistenza né evitare eventuali conseguenze negative.


Dalla finzione alla realtà

Sebbene la paura dell’automatizzazione fosse già presente agli albori del capitalismo, oggi si pensa che tale fenomeno possa estendersi, coinvolgendo anche professioni fin qui ritenute non a rischio, includendo agenti di viaggio, commercialisti, avvocati, medici e radiologi. Secondo un articolo pubblicato da The Economist nel 2018, addirittura il 50% dei lavori attuali potrebbero essere svolti tramite processi automatizzati. Tuttavia l’economista Richard Baldwin sostiene che, sebbene molte persone potranno perdere il proprio attuale lavoro, avranno la possibilità di svolgerne di più interessanti.

L’automatizzazione del lavoro non è un fenomeno nuovo, essendo iniziata alla fine del Settecento, ma negli ultimi decenni si è intensificata. Già nel 1952, infatti, Kurt Vonnegut, nel libro Piano meccanico, immaginò un mondo in cui i lavori, con l’eccezione di pochi, venivano svolti dai robot.

Ma questa potrebbe non essere più solo science fiction. I robot, questi apparecchi programmabili in grado di compiere operazioni in modo automatico, sostituiscono già milioni di lavoratori nella fase decisionale e nei lavori manuali. Dopo la crisi finanziaria del 2008, molti Paesi asiatici hanno aumentato drasticamente l’utilizzo di robot nelle proprie industrie manifatturiere e soprattutto automobilistiche, mentre gli Stati Uniti si attestano su livelli più bassi, analoghi a quelli di Italia e Spagna.

Le teorie sullo sviluppo tecnologico


Secondo la teoria neoclassica, la tecnologia sarebbe un fattore esogeno che si sviluppa al di fuori del sistema economico. Esistono tuttavia anche diverse teorie della crescita endogena, secondo cui lo sviluppo tecnologico sarebbe influenzato da decisioni economiche. In entrambi i casi, secondo Ha-Joon Chang, in queste teorie si sottovalutano la difficoltà di introdurre le tecnologie in contesti nuovi.

Alcune scuole economiche hanno posizioni più critiche di fronte al fenomeno dell’automatizzazione. John Maynard Keynes sosteneva che la tecnologia nell’immediato avrebbe aumentato la disoccupazione, auspicando però che in futuro essa potesse permettere alle persone di lavorare 15 ore a settimana. Alcuni teorici, inoltre, rilevarono la progressiva disumanizzazione dei lavoratori, come aveva intuito già nel 1936 Charlie Chaplin con il film Tempi moderni.

Secondo altri teorici, l’automatizzazione sarebbe lontana dal rimpiazzare completamente i lavoratori nelle loro mansioni, sostituendoli solo nello svolgimento di alcuni compiti. Inoltre, un fattore che ne rallenterebbe l’impiego sarebbe l’impossibilità di riconvertire la produzione, in quanto i robot non sembrano essere in grado di svolgere compiti per i quali non sono stati programmati.

Per inquadrare la complessità del fenomeno, prosegue Ha-Joon Chang, bisogna anche considerare che l’introduzione della tecnologia può portare anche alla creazione di nuovi lavori, e dunque in parte permetterebbe di sopperire alla perdita di quelli ormai obsoleti.

I limiti dei robot

Ciò che determinerebbe una svolta nei prossimi decenni è la progressiva capacità dei robot di poter imparare in maniera autonoma, come gli esseri umani, senza più doversi limitare a svolgere lavori meccanici. Tuttavia il paradosso di Moravec ha dimostrato che, sebbene i computer siano in grado di svolgere elevati compiti cognitivi e di ragionamento con discreta facilità, sembrano non avere sufficienti risorse computazionali per acquisire abilità senso-motorie di livello base, che generalmente vengono apprese dagli essere umani nel primo anno di vita.

Contro il determinismo tecnologico

Dopo aver elencato alcuni nodi cruciali della questione, Ha-Joon Chang arriva ad affermare che la tecnologia non può essere considerata indipendente dalla politica, ma è influenzata da essa, in senso positivo o negativo. Già Karl Marx, nel 1847 in Miseria della Filosofia notava: “Dopo ogni nuovo sciopero di qualche importanza, nasceva una nuova macchina“. Un concetto ribadito negli anni Sessanta e Settanta da economisti marxisti come Harry Braverman e Stephen Marglin, i quali sostenevano che i capitalisti non sceglievano di adottare le tecnologie più efficienti, ma quelle che garantivano un maggior controllo sui lavoratori.

In conclusione, i governi attuali hanno la responsabilità di orientare in senso positivo, attraverso le proprie scelte e con nuove regolamentazioni, lo sviluppo tecnologico, riducendo o annullando il rischio di disoccupazione tecnologica. L’evoluzione delle tecnologie, così come il loro utilizzo nel mondo del lavoro e nella vita quotidiana delle persone, non avviene in modo automatico e deterministico, ma è guidata da scelte precise effettuate da decisori politici e dalla società nel complesso.




0 visualizzazioni0 commenti