Il capitalismo dentro di noi. Per una nuova cultura critica


La società moderna vive in uno stato di crisi perpetua e nutre un senso di impotenza di fronte ad essa. Come possiamo salvarci? L'emergenza causata dalla pandemia non ha fatto altro che aggravare una situazione globale già esistente, acuendo la crisi sanitaria, economica e sociale. Tuttavia viviamo generalmente come rassegnati davanti a questo scenario. Come spettatori guardiamo un film apocalittico di cui conosciamo il finale, e l'unica cosa che ci è consentito fare nel frattempo è intrattenerci, evadere, pensare ad altro.


Il nemico interno


Come possiamo tornare a sperare, a guardare con fiducia il futuro, senza dover seppellire il nostro desiderio al di sotto di cumuli di frustrazione, rabbia repressa e cinismo? Non esiste una soluzione facile o scontata, ma ciò che è certo è che solo conoscendo il “nemico” è possibile combatterlo. Oggi però il nemico non sembra più essere solamente esterno a noi, come lo è stato, lungo la storia umana, durante i numerosi secoli di guerra, e ancora in quel XX secolo caratterizzato dalla dialettica che opponeva il padrone/capitale ai lavoratori. Chi è il nemico oggi? Siamo ancora convinti che esista, e che sia possibile sconfiggerlo?

Il pensiero unico

Bisogna infatti premettere che la narrazione dominante oggi, in realtà, non viene mai davvero messa in discussione, nonostante ormai ne riconosciamo i palesi limiti. In tutto il mondo cresce la diseguaglianza sociale ed economica, così come la povertà, l’inquinamento, mentre dilagano le malattie mentali e la sofferenza delle persone, che conducono vite precarie e stentano a costruirsi un futuro. Ci aspetteremmo dunque una messa in discussione radicale dei dogmi sostenuti dal pensiero dominante, delle sue teorie economiche, sociali, politiche, eppure così non è. Questo non è oggetto di dibattito, il quale si riduce ad accuse reciproche e personali, conflitti mediatici su questioni marginali, se non è addirittura negato attraverso l’etichettatura delle voci fuori dal coro. Oggi, infatti, i governi sono più preoccupati ad arginare le fake news che affrontarle attraverso la forza dialettica.

Democrazia e dialogo

Tuttavia, quando pure le notizie false risultino tali, l’eredità greca, su cui dovremmo fondare il nostro ideale di democrazia, dovrebbe insegnarci a credere nel potere della parola e delle argomentazioni che, come insegnava Aristotele, sono le uniche in grado di persuadere le persone a compiere il proprio bene, distinguendo la nostra forma di governo da quella dei totalitarismi, che invece impongono un’unica e indiscutibile verità assoluta. Così, l’unica garanzia al dilagare delle fake news consiste nell’educare le persone a informarsi e a pensare e riflettere in modo critico, ma non è questo il messaggio che viene veicolato oggi. Questo rende più difficile l’individuazione dei fattori distruttivi dell’attuale sistema, in quanto ogni tentativo di ripensarlo viene disinnescato all’origine. In fondo, ci viene detto, è vero che il sistema non funziona ma, come affermano i sostenitori dell’ideologia neoliberista, There Is No Alternative. Non c’è un’alternativa a questo modello, perciò perché discuterne tanto? E perché non depotenziare le assemblee parlamentari – come in effetti sta accadendo – dato che, alla fine, non potranno che giungere a quest’unica conclusione?

L’inevitabilità della crisi


Possiamo comprendere quindi come l’umanità venga mantenuta in una dolorosa scissione di fondo: da un lato, dopo decenni di sensibilizzazione e grazie a una consapevolezza globale più matura, abbiamo finalmente riconosciuto come insostenibile il modello su cui abbiamo costruito la nostra esistenza planetaria, sia a livello individuale che collettivo. D’altra parte, però, ci convincono che in fondo non possiamo farci nulla, non possiamo evadere da questa cornice: dobbiamo continuare a vivere la nostra routine, adeguarci a ciò che ci viene proposto. Questo non può che avvenire a un costo molto alto: cinismo, rassegnazione, rabbia e dolore devono essere accettati come stati d’animo ed emozioni su cui fondare la propria vita, ovviamente dissimulandoli al di sotto di un’euforia lavorativa o esistenziale pressoché fittizia (le maschere sociali di cui già parlava Pirandello). In tale scenario, risultano urgenti almeno due azioni di pensiero.

Contestare il sistema

La prima consiste nel tornare a discutere radicalmente, senza darlo più per scontato, il sistema in cui viviamo. Questa funzione critica era un tempo riservata agli intellettuali, che tuttavia oggi si sono integrati alla perfezione negli ingranaggi di questo sistema, salvo rare eccezioni. L’ideologia dominante non può essere discussa, e al determinismo storico si è oggi sostituito un determinismo (o fatalismo) tecnologico. Abbiamo delegato infatti alla tecnologia la missione di salvare il mondo e l’umanità dalla distruzione, e tuttavia la tecnologia di per sé non può farlo, in quanto si limita ad assecondare le linee di pensiero dettate dagli esseri umani e dalle loro credenze. Da una concezione erronea del mondo e dell’esistenza umana, non potrà che derivare uno sviluppo distruttivo e ancora più alienante. Per questo motivo è fondamentale tornare a pensare e interrogarsi su questioni che abbiamo trascurato: chi siamo? Qual è il senso della nostra esistenza sul pianeta Terra? Che cosa dovremmo promuovere per favorire il benessere individuale e collettivo? Come sosteneva Foucault, in questo senso il compito dell’intellettuale è proprio quello di porre in dubbio la convinzione granitica nei dogmi del pensiero dominante, sostenendo che il mondo in cui viviamo non è l’unico possibile, ma è il risultato di un processo storico, ed è stato selezionato tra molteplici alternative, altrettanto percorribili. Dobbiamo riguadagnare la consapevolezza di poter cambiare il mondo, perché esso non esiste in modo assoluto e oggettivo, al contrario, il mondo viene co-creato dal pensiero (politico, economico, filosofico, ecc.) degli esseri umani. Così facendo possiamo sfuggire all’ideologia che oppone ad un unico modello valido, numerosi altri modelli ideali, considerati utopistici e generalmente screditati sul nascere.

La psicopolitica

La seconda azione consiste nel riconoscere “il capitalismo dentro di noi”. Oggi il nemico non è più solamente esterno, consistente in una struttura economica o sociale da smantellare e sostituire, ma è anzitutto dentro di noi. Vari pensatori, tra cui negli ultimi anni il filosofo coreano Byung Chul-Han, hanno aperto il dibattito in merito alla psicopolitica: la politica oggi fa leva infatti sulla psiche delle persone, influenzandola profondamente. Il nemico si annida dentro di noi, in una concezione di pensiero che abbiamo introiettato e che ci impone di auto-sfruttarci, di diventare imprenditori di noi stessi, di ridurci e considerarci capitale umano, merce che può sopravvivere soltanto se funziona e produce. Non solo il mercato non ci considera degni di una vita dignitosa in quanto esseri umani – espellendo dal sistema chi si rifiuti di adeguarsi ai ritmi di produzione e consumo – ma noi stessi abbiamo iniziato a metterci in competizione gli uni con gli altri, e soprattutto con noi stessi: ci sentiamo in colpa e dei falliti se non riusciamo ad essere all’altezza delle richieste del mercato, diventando i peggiori giudici e accusatori di noi stessi. Il nemico dunque è anche dentro di noi, in pensieri errati e distruttivi a cui diamo continuamente credito. Come scrive Byung Chul-Han:

L’io come progetto, che crede di essersi liberato da obblighi esterni e costrizioni imposte da altri, si sottomette ora a obblighi interiori e a costrizioni autoimposte, forzandosi alla prestazione e all’ottimizzazione. (Psicopolitica, p. 9)

Cambiare il nostro pensiero


Da dove iniziare quindi, partendo da queste riflessioni? Oggi recuperare la consapevolezza del nostro potere di cambiare la nostra vita e il mondo che ci circonda, significa avviare un lavoro di liberazione interiore e del pensiero: solamente un pensiero libero perché consapevole della propria creatività illimitata, potrà farci tornare a respirare e ad evadere dalle gabbie del pensiero dominante, che ci fa percepire come soggetti deboli e dipendenti, alla continua ricerca dell’approvazione del mercato. Sotto cumuli di cinismo, rassegnazione, rabbia, paura, dolore, si nascondono ancora un pensiero autentico, un desiderio forte, un’immaginazione creativa. A noi il compito di tornare in contatto con queste parti dimenticate di noi, e liberarne la potenza rivoluzionaria.