Intervista a Eduard Aibar: neoliberismo e algoritmi



Eduard Aibar è docente presso l’Universitat Oberta de Catalunya dove indaga il rapporto tra scienza e tecnologia, un’area di studi indicata in area anglosassone con l’acronimo STS (Science and Technology Studies). In questa intervista ho dialogato con lui sui temi della sua ricerca, e sul ruolo delle humanities in uno scenario accademico in cui negli ultimi anni sembrano prevalere logiche di mercato permeate dal determinismo tecnologico.


Il neoliberismo ha avuto un impatto sulle relazioni umane, sulle organizzazioni e le istituzioni. Quali sono stati gli effetti più profondi che ha avuto in ambito universitario, in particolare nel settore umanistico?

Il neoliberismo ha avuto un forte impatto sulla conoscenza scientifica in generale: la sua organizzazione, i finanziamenti, i suoi contenuti. Da un lato ha accelerato il processo di privatizzazione e di subordinazione del sapere rispetto agli interessi privati. Dall’altro, ha originato una profonda ristrutturazione dell’attività scientifica, perseguendo la logica della competenza e la commercializzazione dei suoi risultati.

Questa tendenza ha interessato anche l’ambito umanistico. Le cosiddette digital humanities sono l’esempio più evidente – per quanto non siano l’unico. In questo settore, infatti, si pone enfasi sulla produzione di risultati che possano essere facilmente impiegati dall’industria culturale, e si insiste a istituire legami con il mercato per favorire la commercializzazione del sapere.

Questo sta avendo un’influenza sul modo in cui si elabora la conoscenza umanistica. La propensione a “tecnologizzare” i progetti di ricerca e a conferire alla tecnologia – e alla formazione tecnica – un ruolo centrale nel nuovo panorama accademico, aggravano la tendenza tecnocratica neoliberista a tramutare le questioni pedagogiche e, in generale, socio-economiche o politiche, in problemi puramente tecnologici, che il mercato dovrebbe essere poi in grado di risolvere.

Negli ultimi anni, in effetti, questa influenza sembra sempre maggiore, anche perché il neoliberismo viene comunemente considerato l’unico modello valido in ambito economico, quando in realtà è solo una tra le molteplici teorie elaborate nella storia dell’economia moderna. È ancora possibile mettere in discussione questo dominio, magari attraverso un nuovo pensiero critico? E quale potrebbe essere il ruolo dell’università in questo processo?


Più che una teoria vera e propria, da un lato il neoliberismo è un’ideologia, vale a dire un insieme di idee più o meno coerenti – talvolta persino contraddittorie – che legittimano una serie di azioni. Infatti – e questo è un suo ulteriore aspetto, forse ancora più importante – il neoliberismo è una pratica: un insieme di iniziative che si svolgono in ambito politico, culturale ed economico.

Una delle idee centrali del neoliberismo, la concezione del mercato come “mercato di idee” influenza infatti in modo diretto la conoscenza scientifica e l’ambito accademico, e si è tradotta in una serie di trasformazioni che sono oggi in atto nelle università, coinvolgendo la produzione del sapere.

Forse il ruolo primario dell’accademia nella sua opposizione al neoliberismo può essere proprio questo, e cioè il rifiuto di tali pratiche di valutazione, di promozione e finanziamento della ricerca, e della sua subordinazione al management: tutti fenomeni, questi, che stanno cambiando in modo radicale la forma dell’università.

Un altro tema cruciale della sua ricerca riguarda la tecnologia. In generale, oggi, sembra che l’umanità abbia smarrito il proprio ruolo di responsabilità nei confronti dello sviluppo tecnologico, il quale spesso riflette gli interessi economici dei colossi multinazionali. Come possiamo superare la tendenza, tipica del determinismo tecnologico, di considerare la tecnologia come politicamente neutra, sottovalutando così i suoi effetti nella dimensione sociale?

Il determinismo tecnologico è una concezione molto radicata nella cultura contemporanea. Infatti, anche se negli ultimi decenni sia la storia, che la sociologia e la filosofia della tecnologia hanno dimostrato ampiamente che si tratta di un’idea chiaramente erronea, continua ad essere la visione dominante riguardo la tecnologia. Il determinismo tecnologico, inoltre, è un’ideale strettamente connesso all’ideologia dell’innovazione. Ma ridurre la tecnologia all’innovazione significa ridurre enormemente la nostra complessa relazione con la tecnologia. Già da tempo, del resto, in ambito tecnologico disponiamo di esperienze sociali molto significative, per quanto ancora minoritarie, che mettono in rilievo altri aspetti, tra cui: la manutenzione, la riparazione o la cura. Numerosi gruppi di hacker, ad esempio, stanno tentando di plasmare una nuova forma di pensiero e di costruire la tecnologia attraverso parametri opposti a quelli del mercato o delle grandi aziende tecnologiche.


Quando si parla di tecnologia, un’altra grande questione aperta oggi è quella relativa agli algoritmi e ai big data. Infatti, sfruttando il potere dei big data, si ritiene possibile acquisire un’enorme conoscenza sugli utenti, poiché noi, in quanto esseri umani, saremmo estremamente prevedibili nei nostri desideri, bisogni e comportamenti. Le cose stanno davvero così? E, se questo è vero, quale può essere oggi il ruolo della letteratura, o della filosofia? Possiamo chiedere ancora ai filosofi e agli autori letterari di rivelarci qualcosa di essenziale sulla nostra esistenza, oppure dovremmo iniziare ad affidarci all’algoritmo quale “oracolo moderno”?

In effetti non è certo che gli algoritmi abbiano una tale capacità di fare previsioni e di acquisire una tale conoscenza su di noi, come generalmente si afferma. In parte tale affermazione è vera, tuttavia l’errore sta nel considerare gli algoritmi come “teorie” che cercano di “comprendere” il nostro comportamento. In realtà, la funzione davvero importante degli algoritmi è di tipo performativo: tentano di configurare e modellare le nostre azioni. Nel farlo, partono da una visione dell’essere umano come “consumatore” di idee, immagini, oggetti, eccetera.

Invece la filosofia e, attraverso un altro linguaggio, la letteratura ci offrono un’immagine molto differente dell’essere umano e, in generale, dei processi di costruzione di senso, che non potranno mai essere ridotti in assoluto a semplici atti di “consumo” di un individuo isolato, assorto nella sua solitudine, di fronte a uno schermo.


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