L'algoritmo non è un oracolo: per un ritorno alla saggezza

Aggiornato il: lug 8



Come sostengono i sociologi, staremmo vivendo da alcuni decenni in una società dell’informazione, mentre la rivoluzione digitale ha accentuato ulteriormente la possibilità di trasmettere queste informazioni in modo sempre più rapido ed esteso in tutto il globo, attraverso mezzi tecnologici sempre più potenti. Ma cosa comporta questo dominio delle informazioni? In questo senso, può essere utile riprendere il modello della piramide DIKW (Data, Information, Knowledge, Wisdom), che può aiutarci a comprendere meglio la relazione esistente tra dati, informazioni, conoscenza e saggezza.

Dai dati alla saggezza

I dati, alla base della piramide, costituiscono gli elementi provenienti dalla nostra osservazione e dall’esperienza sensoriale, e non sono ancora stati riorganizzati. Le informazioni sono il frutto di una prima elaborazione da parte della mente umana, che produce nozioni, idee e rappresentazioni operando una selezione dei dati che ha ricevuto. Successivamente, le informazioni possono divenire conoscenza se vengono acquisite in modo più profondo, attraverso l’apprendimento. Infine, la saggezza, consiste nella qualità umana di valutare e decidere in modo appropriato sulla base della propria esperienza e delle conoscenze che sono state acquisite.

Il pericolo del sovraccarico informativo

Già Thomas Stearns Eliot, poeta statunitense, si chiedeva nella prima metà del secolo scorso se un eccesso di informazioni non potesse compromettere la capacità di acquisire conoscenze e, di conseguenza, di comportarsi e agire in modo saggio:

Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione? (“The Rock”, 1934)

In effetti, i critici della società dell’informazione fanno riferimento al fatto che oggi sembra dominare un eccesso di informazioni, spesso ridondanti e contraddittorie tra di loro, e questo produce come effetto un sovraccarico cognitivo che di fatto inibisce la capacità di orientarsi in una determinata direzione.


La delega agli algoritmi

Di fronte a questo pericolo, le soluzioni possibili sono due. La prima riguarda la possibilità di delegare agli algoritmi il compito di produrre una narrazione probabile sulla base dei dati raccolti. Davanti allo smarrimento e alla confusione così diffusi in un mondo che ci sommerge di informazioni, e che non siamo più in grado di elaborare autonomamente, potremmo pensare di chiedere all’algoritmo di orientare le nostre scelte future in virtù di quanto ha analizzato sul nostro comportamento passato. Questa tentazione oggi è molto forte, e infatti molti degli sforzi prodotti dalla nostra società vanno nella direzione di affinare gli strumenti attraverso cui misurare in modo sempre più dettagliato i dati sul comportamento umano. Alla tecnica verrebbe dunque assegnato il compito di sviluppare una conoscenza sempre maggiore sulle singole persone, arrivando ad orientarne azioni e scelte future.

Ritornare alla conoscenza di sé

L’altra soluzione consiste nel recuperare la capacità umana di conoscere se stessi. Nulla di nuovo dal γνῶθι σαυτόν (“Conosci te stesso”) scolpito sul Tempio di Apollo a Delfi. Eppure un’arte che sembra essere caduta in disuso, così come la ricerca di maestri, di saggi, che siano in grado di indicarci come crescere sulla strada di una maggior consapevolezza di sé.

Oggi i dati sono reputati ciò che di più prezioso esista. Dovremmo invece tornare a interrogare e ad ascoltare i saggi per capire meglio come orientare la nostra vita. I saggi infatti non possiedono necessariamente un numero sterminato di informazioni, non sono degli eruditi. Se così fosse, dovremmo effettivamente arrenderci alla capacità dei computer di processare in brevissimo tempo una enorme mole di dati, di molto superiore a quella umana.

Saggio, invece, è chi sa agire secondo i propri principi, dirigendo verso la crescita personale le proprie azioni, grazie alle esperienze che ha vissuto. In un mondo che esalta i sacerdoti di questo nuovo culto che è il Dataismo, è quindi necessario tornare a ricreare luoghi di saggezza, dove cioè coltivare la capacità di imparare dalla propria esperienza e da quella altrui, così come quella di scegliere ed agire sulla base della nostra natura più autentica e nella direzione della nostra crescita. Di fronte alla pretesa degli algoritmi di svelare la verità sull’uomo, è bene ribadire che nessuno può conoscerci meglio di noi stessi. Per farlo, però, dovremo tornare in contatto con il nostro sé, seguendo la massima delfica.

0 visualizzazioni0 commenti