'L'epidemia dell'imprevedibile' di Silvano Petrosino


Il nuovo libro del filosofo Silvano Petrosino, intitolato Lo scandalo dell’imprevedibile, è un invito a riflettere sulla pandemia, a partire da questa affermazione:


più che essere colpiti da un’epidemia imprevedibile, siamo stati ‘epidemizzati’ dall’imprevedibile stesso. (p. 13)

L’illusione della prevedibilità

La diffusione rapida e globale del nuovo coronavirus, infatti, non era stata prevista (se non da un ridotto numero di virologi), e questo di per sé rappresenta uno scandalo rispetto alla nostra pretesa di prevedere, controllare e progettare il futuro. Una pretesa che, attraverso nuove tecnologie e algoritmi, sembrava essere divenuta pressoché assoluta. Il futuro, sempre di più, ci appariva come un orizzonte chiuso all’interno di confini prestabiliti. Sfruttando la possibilità tecnica di raccogliere ed elaborare un’enorme quantità di dati, ci eravamo illusi di poter prevedere tutti gli andamenti e comportamenti futuri, e dunque esercitarvi una qualche forma di controllo.


In questo scenario, tuttavia, l’irruzione della pandemia ci segnala l’impossibilità di poter esercitare un controllo totale sul futuro, che al contrario resta aperto ad esiti che sfuggono, talvolta in modo drammatico, alla nostra possibilità di anticiparli e immaginarli prima che si realizzino.

Il ritorno del “reale”

La pandemia, inoltre, prosegue Petrosino, segnala l’affacciarsi del reale all’interno del mondo prestabilito dagli individui. La rimozione del reale (Baudrillard) consentirebbe all’uomo di garantire il funzionamento del mondo. Infatti il mondo funziona solo se, al suo interno, ogni cosa è al suo posto: se ognuno svolge la funzione che gli è stata assegnata, senza indugi né ritardi, se produce quando deve produrre, e consuma quando deve consumare. La pandemia invece riafferma il reale, in tutta la sua drammaticità, all’interno del nostro mondo. Ribadisce la nostra precarietà e fragilità, in una società che al contrario promuove l’eccellenza e il successo come valori supremi, e che ci illude di poter superare qualsiasi limite. Ci invita ad essere più pazienti, e a vivere con più respiro, senza essere schiavi di un mondo permeato dall’ideologia dell’urgenza.

Sullo statuto della scienza

Un’ulteriore considerazione del filosofo riguarda lo statuto della scienza. Certamente non si può, né deve, fare a meno della scienza, a maggior ragione durante l’attuale emergenza sanitaria. Ma, al tempo stesso, non può essere veicolata l’immagine di una scienza che assorba in sé ogni pretesa di verità e di certezza: la ricerca scientifica infatti, sostiene Petrosino, è autentica se ammette i propri dubbi, incertezze e correzioni senza per questo smarrire la propria autorevolezza e utilità.

Il cambiamento come scelta

In conclusione, afferma Petrosino, se è vero che l’esperienza della pandemia potrebbe stimolarci a riflettere sul nostro modo d’essere, o addirittura suscitare un ripensamento globale del nostro sistema di mondo, non sarà però questo avvenimento, di per sé, a cambiarci, poiché “niente e nessuno può obbligare qualcuno a desiderare, a riflettere, a cambiare” (p. 67). Del resto, il filosofo, citando Foucault, già vede affacciarsi il rischio di una “metafisica della sicurezza”: pur riconoscendo che non è possibile vivere nell’insicurezza, al tempo stesso la pretesa di “mettere in sicurezza” la vita può soffocare l’umano se arriva a pervadere tutte le dimensioni della sua esistenza.


L’instant book di Silvano Petrosino ci invita a riflettere su queste ed altre questioni fondamentali, mettendoci di fronte alla necessità, proprio ora che la nostra quotidianità è stata sconvolta dallo scandalo dell’imprevedibile, di soffermarci a pensare con serietà alla nostra esperienza umana.

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