Pandemia e cambiamento. Il saggio di Charles Eisenstein


La crisi come opportunità

Charles Eistenstein, scrittore e conferenziere statunitense, nel saggio The Incoronation interpreta la pandemia come un periodo di rieducazione per l’umanità, un rehab in cui ci siamo trovati confinati per disintossicarci da una cultura che stava producendo distruzione su più livelli. In questo senso abbiamo l’opportunità di ripensare la nostra intera esistenza. Potremmo voler cambiare alcuni aspetti, ad esempio: eravamo soddisfatti del nostro lavoro oppure avremmo voluto impiegare meglio le nostre energie creative? Avevamo davvero bisogno di viaggiare così spesso, senza neppure riuscire a vivere davvero i luoghi che visitavamo? Ma potremmo anche reclamare ciò di cui abbiamo sentito davvero la mancanza, come gli incontri dal vivo o una vita in pubblico più spontanea. Eisenstein suggerisce quindi di vivere questa fase come l’occasione di passare al vaglio tutto ciò che prima caratterizzava la nostra esistenza trattenendo, o riscoprendo, solo ciò che conta davvero per noi. L’autore statunitense individua poi due atteggiamenti diffusi che si sono sviluppati di fronte alla pandemia all’interno della nostra cultura.

La prima reazione alla pandemia: iper-controllo

Il primo coincide con quella che definisce la reazione del controllo. Altre grandi questioni erano e sono pandemiche, e cioè riguardano tutta l’umanità, causando milioni di morti e producendo enorme sofferenza, tra queste: la fame nel mondo, la depressione, il collasso ecologico. Tuttavia l’umanità non si è mai fermata per contrastare queste minacce. Come scritto qualche settimana fa dal Collectif Malgré Tout, infatti, tali pericoli generavano in noi angoscia, ma non ci predisponevano ad agire. Viceversa, la paura di un nemico esterno da combattere (il virus) ha prodotto in noi una reazione difensiva. Cosa significa ciò? La nostra cultura sembra attrezzata solo per affrontare nemici esterni, davanti ai quali mettere in atto la nostra capacità di controllo e di gestione del pericolo. Al contrario, quando la causa del problema è anche interna, non siamo disposti a risolverla alla radice. Così accettiamo di fermarci di fronte a un nemico esterno, ma continuiamo ad alimentare il nemico interno, e cioè una visione del mondo errata che produce diseguaglianza, povertà, distruzione ecologica, inquinamento, dipendenze e patologie. Come intuiva già il poeta Arthur Rimbaud, prima che lo rivelasse la psicoanalisi, “Io è un Altro”: l’Altro che combattiamo come un nemico esterno, in realtà fa parte della nostra identità, è anche dentro di noi. Saremo disposti ad ammetterlo, oppure, non volendo riconoscerlo, ci siederemo sulla riva del fiume in attesa che arrivi la prossima pandemia, come già preannunciato dagli esperti?

Seconda reazione: 'guerra' alla morte

Il secondo atteggiamento consiste nella guerra alla morte. Tratto tipico della nostra cultura è infatti la lotta contro la morte, che viene esorcizzata, tabuizzata, procrastinata artificialmente. Ma di fronte al virus ci siamo riscoperti vulnerabili, fragili e, appunto, mortali. Potrebbe essere giunto il momento di riflettere seriamente sulla nostra mortalità, invece di rimuoverla dalla nostra coscienza o illuderci di controllarla. La nostra reazione di fronte al virus sembra infatti celare una paura ancestrale: la società della razionalità tecnica e scientifica nasconde in realtà un terrore irrazionale. Di questo era convinto anche il primo scienziato moderno, Galileo Galilei, che nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo si rivolgeva così, per voce di Sagredo, ai detrattori delle sue scoperte:


Questi che esaltano tanto l’incorruttibilità, l’inalterabilità, etc., credo che si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare assai e per il terrore che hanno della morte.

Relatività culturale

Per quanto sia opinione diffusa che, di fronte alla malattia o alla morte, si debba necessariamente agire in un certo modo, in realtà i provvedimenti presi dai governi affondano le radici in sistemi di valori e, in quanto tali, sono discutibili e devono essere continuamente rinegoziati. Altre culture, ad esempio, assegnano alla sopravvivenza un valore minore, e invece di prolungare a tutti i costi la vita del malato, si incaricano di accompagnarlo nel modo più sereno all’istante della morte, comunque ineludibile. Altre ancora antepongono alla sicurezza e al controllo, una maggior libertà di esplorazione e avventura.

La sicurezza come nuovo idolo

Dunque è necessario tornare a interrogarci sulle grandi questioni esistenziali, poiché la paura della morte, portata all’estremo, non può che generare paura della vita. Inoltre, paradossalmente, la presunta società della sicurezza genera alti livelli di ansia e insicurezza che ci portano a percepire il mondo esterno e le relazioni come una minaccia. A quanta vita siamo disposti a rinunciare per illuderci di minimizzare i rischi, ed essere al riparo dalla malattia e dalla morte? Il pericolo, come sostiene il filosofo Silvano Petrosino, è che la sicurezza possa diventare un nuovo idolo per chi non è disposto a riconoscere i propri limiti e la propria fragilità.

Rivoluzionare la società

La pars construens del discorso di Charles Eisenstein si traduce nell’invito a modificare il nostro atteggiamento nei confronti della vita, attualmente fondato sulla separazione e sulla guerra, poiché questo modo di agire non potrà che generare altri conflitti, e alimentare una guerra permanente. Dobbiamo invece occuparci di curare i mali interni alla nostra società, in modo tale da non favorire lo sviluppo di altre pandemie. Come mostra un recente report di WWF, del resto, il vero antivirus dell’umanità è costituito dalle foreste, che la società neoliberista sta distruggendo. Inoltre, in termini generali, la biologia afferma che i virus non possono essere intesi, in modo semplicistico, come “nemici esterni” da combattere per difendere l’organismo: infatti i virus fanno parte di noi, e giocano un ruolo essenziale nell’evoluzione umana. Concludendo con un auspicio, Eisenstein afferma che la pandemia può fornirci dunque l’opportunità di tornare a prenderci cura degli altri, soprattutto delle persone più fragili e vulnerabili, e di noi stessi, entrando maggiormente in contatto con la nostra energia creativa. La società oggi si trova di fronte alla possibilità di una nuova “incoronazione”, e cioè di un’iniziazione ad una vita più piena e autentica, superando gli aspetti oppositivi e bellici della nostra identità e riscoprendo la nostra natura relazionale. Perché ciò avvenga, ognuno di noi è chiamato ad accogliere la sfida di questi tempi.