sfondo.mod (1).png

Perché parlare di ideologie oggi



Parlare di ideologie totalitarie oggi, in Occidente, potrebbe sembrare anacronistico. Tutti noi abbiamo studiato sui libri di storia l'emergere dei totalitarismi del XX secolo, l'elemento distruttivo che hanno portato con sé, gli esiti drammatici e il progressivo declino, più o meno accentuato. Ci è stato anche insegnato che il Novecento si sarebbe chiuso con il "tramonto delle ideologie", se non addirittura con la "fine della storia" (Fukuyama). Perciò, perché dovremmo occuparci di ideologie oggi, dopo averne teorizzato la fine?


Per provare a dare una risposta, partirei anzitutto da una definizione, riprendendola dal saggio del critico inglese Terry Eagleton sull'ideologia:


«(...) "Studiare l'ideologia - scrive J. B. Thompson - significa studiare i modi in cui il senso (o la significazione) serve a mantenere dei rapporti di dominio". Questa è probabilmente l'unica definizione di ideologia su cui esista un largo consenso».

Per quanto non sia qui possibile soffermarsi oltre sulla complessa natura del legame che gli esseri umani intrattengono con il linguaggio, è utile riconoscere che se da un lato il logos sembra esprimere l'essenza stessa dell'umano in quanto relazione, relazionalità (día-logos), dall'altro minaccia anche di costituirsi come arma, o strumento di manipolazione, nei confronti degli altri. In questo senso, riprendendo le parole di Eagleton, l'ideologia sembra esprimere proprio una modalità d'uso del linguaggio "in cui il senso (o la significazione) serve a mantenere dei rapporti di dominio". Laddove c'è ideologia, dunque, viene esercitata una forma di violenza che non è necessariamente (o esclusivamente) fisica, ma che investe anzitutto il linguaggio, la dimensione linguistica.


Alla luce di ciò, per tentare di rispondere alla domanda iniziale, può essere opportuno volgere lo sguardo verso il linguaggio della comunicazione mediatica, all'universo linguistico istituito dalle agende dei quotidiani e delle televisioni, all'"ordine del discorso" che tracima nelle nostre conversazioni private con familiari e amici, alimentando la "chiacchiera mondana" (Heidegger). Quali sono dunque i caratteri dell'ideologia a cui dovremmo prestare attenzione?


Prosegue Eagleton:


«(...) il processo di legittimazione sembrerebbe implicare almeno sei diverse strategie. Un potere dominante può legittimarsi promuovendo idee e valori a sé congeniali; presentando queste idee come naturali e universali così da renderle scontate e apparentemente inevitabili; denigrando le idee che potrebbero sfidarlo; escludendo forme rivali di pensiero, magari tramite una logica implicita ma sistematica; oscurando la realtà sociale nei modi per sé più vantaggiosi. Una tale 'mistificazione', com'è noto, assume spesso la forma di un mascheramento o di una soppressione dei conflitti sociali, da cui deriva la concezione dell'ideologia come soluzione immaginaria di contraddizioni reali».

Partendo dalla prima delle strategie identificate da Eagleton, possiamo riconoscere che il potere, oggi, si occupa in effetti di promuovere "idee e valori a sé congeniali". La riduzione dell'umano a produttore e consumatore, dei comportamenti in performance misurabili, l'alienazione lavorativa ed esistenziale, il fatalismo economico e tecnologico, l'affermazione dei valori supremi della sicurezza e della salute (secondo una visione organicistica) - effettuata, in alcune nazioni, attraverso la discriminazione istituzionalizzata di un'ampia categoria di cittadini - sono solo alcune delle idee che fondano la visione moderna del mondo.


Tuttavia, non limitandosi a diffondere tali idee, il potere le presenta "come naturali e universali". Tali ideali non vengono infatti proposti come frutto di una selezione storica determinata dall'evoluzione di una corrente di pensiero tra le altre, perciò in quanto tale arbitraria, ma come l'unica chiave di lettura possibile; in altre parole, il principio di realtà ci imporrebbe di lasciar perdere inutili sofismi e illusioni adolescenziali, più o meno utopiche, perché la realtà è una sola, incontestabile, e non è nelle nostre possibilità poterla cambiare (semmai, dovremmo limitarci ad avere fiducia negli "esperti").


Adeguarsi a questa visione significa perciò rinunciare al nostro principio creativo profondo, e iniziare a cercare il modo di adattarci al contesto sociale, politico, economico in cui ci troviamo a vivere. La vita, in fondo, come ci viene detto, non ha altro fine che la mera sopravvivenza.


Scegliere, all'opposto, di rifiutare questi ideali, apparentemente significa dover sottostare alle strategie adottate dal potere, che non rinuncia infatti a denigrare "le idee che potrebbero sfidarlo", ed escludere "forme rivali di pensiero". In questo senso, più che la censura, nell'orizzonte sociale e culturale odierno, nel quale ottenere consenso e "like" è divenuto un obiettivo condiviso da molti, si diffondono anche forme di auto-censura, per evitare di essere etichettati, esclusi, isolati o screditati. Vittoria del conformismo sulla ragione, e del sapere ideologico sul dialogo democratico.


A questo punto, potremmo scegliere di porci alcune domande: quanto il linguaggio che parliamo è ideologico? Quanto, cioè, anche noi finiamo per utilizzare il linguaggio come strumento per sopraffare gli altri, per ottenere ragione? E quanto il sistema mediatico alimenta questo conflitto dialettico, creando fazioni in lotta tra di loro, al fine di imporre la propria verità?


Se riconosciamo che, almeno in parte, le nostre energie e i nostri sforzi vanno nella direzione di un'omologazione alle richieste e alle pressioni della società, e che il nostro nucleo più creativo fatica a trovare canali attraverso cui esprimersi, ma anzi deve sottostare a rigide direttive impartite dall'alto, tese a convincerci dell'impossibilità di cambiare la realtà che abitiamo, allora potremmo verificare che anche l'epoca odierna si caratterizza da precise ideologie di controllo e di dominio. Inoltre, se abbiamo finito per ridurre gran parte delle nostre conversazioni a scontri verbali, non possiamo che riconoscere di essere divenute 'vittime' e al tempo stesso 'carnefici' di questo sistema: siamo entrati in un 'universo linguistico' inquinato e tossico. Una cultura che esclude la possibilità dell'alterità, che si chiude nei confronti dell'altro, del diverso, e delle idee discordanti dalle nostre, è infatti per tutti una cultura impoverita, che rende tutti noi apatici e rassegnati.


Per questo motivo, credo sia essenziale oggi rompere questa bolla ideologica, che ci soffoca sempre più, e affermare un altro orizzonte, più aperto e libero, che non sia alterato dalla volontà di affermare un unico sapere sull'umano e sulla realtà. Come possibile antidoto, suggerisco di tornare ad abbeverarci ad altre fonti, culturali, letterarie, artistiche. Per sovvertire lo stato delle cose, infatti, non possiamo che tornare ad alimentare altri-menti la nostra immaginazione e il nostro pensiero, nutrendolo di contenuti davvero rigeneranti, che ci consentano di evadere dai limiti sempre più stringenti che ci impone, in modo subdolo, il potere oggi. In questo senso, il vero pensiero, e il linguaggio autentico dei grandi poeti, scrittori, artisti, ci permette di tornare a desiderare e immaginare di cambiare la forma di questo mondo.

Concludo con le parole di Mario Vargas Llosa:


L’atteggiamento di distanza, di inquietudine, di critica rispetto alla realtà è stato il motore del progresso e della civiltà. Per questo tutti i regimi che hanno cercato di controllare la vita […] hanno sempre diffidato della letteratura […] C’è un rischio nel lasciare che una società produca letteratura e s’impregni di letteratura. Una società impregnata di letteratura è più difficile da manipolare da parte del potere […] perché l’inquietudine con la quale torniamo dopo esserci confrontati con una grande opera letteraria crea cittadini critici, indipendenti e più liberi di quanti non vivono quell’esperienza.

Riferimenti bibliografici:


T. Eagleton, Ideologia, trad. it. di M. Renda, Fazi Editore, Roma 2007, pp. 291


C. Magris - M. Vargas Llosa, La letteratura è la mia vendetta, Mondadori, Milano 2012, pp. 69


Immagine: Rene Magritte, Les idees claires, 1958