'Funzionare o esistere?' di Miguel Benasayag


Uno dei pericoli della nostra epoca, avverte il filosofo e psicoanalista argentino Miguel Benasayag, consiste nell’identificare l’esistenza umana con il suo funzionamento. Tuttavia, mentre il mal-funzionamento della macchina corrisponde a difetti di produzione, il tentativo di sradicare dall’umano i suoi limiti ed errori equivale a negarne l’esistenza stessa.


La rimozione della debolezza

La società della performance induce le persone a concepirsi come macchine che devono funzionare, e stare bene, a tutti i costi. Questo genera una pressione sociale che spesso rimane inconscia, ma che acuisce il malessere interiore e genera sguardi indifferenti nei confronti di qualsiasi manifestazione di fragilità. Infatti, se all’essere umano viene imposto di vivere come una macchina, imparerà a negare in sé e negli altri, rifiutandolo, ogni minimo segnale di mancanza o debolezza Questa visione, a livello psicologico, affonda le radici nelle zone inconsce della psiche umana, producendo effetti tanto più devastanti quanto meno le si indaga. Perché, infatti, dovremmo perseguire a tutti i costi il “funzionamento ottimale, del fitness, della performance, dell’incremento” (p. 101), se non per esorcizzare la paura di non essere all’altezza, del giudizio altrui, del rifiuto, della limitatezza e dunque – in definitiva – il timore della nostra fine? In effetti, il sogno del transumanismo odierno è proprio la sconfitta della morte biologica. Una società ossessionata dalla crescita e dall’ottimizzazione, così iperattiva e frenetica, non sarebbe altro che terribilmente spaventata dalla paura di poter essere annientata da un momento all’altro, se dovesse fermarsi o smettere di funzionare. La progressiva accelerazione che ha investito i vari fenomeni sociali della modernità (Hartmut Rosa), potrebbe inoltre indicare un acuirsi di tale timore represso: corriamo sempre più velocemente per fuggire dal confronto con noi stessi.

La dittatura delle competenze

Una delle conseguenze più rilevanti di questa mentalità, tra le numerose individuate da Benasayag, consiste nella riduzione del vivente a progetto. L’esistenza umana, privata della sua complessità, viene ridotta a piano-carriera, cioè a un percorso di cui potranno essere valutate in modo oggettivo le singole tappe, e infine verrà assegnata un'”etichetta”, sulla base di quante e quali competenze sono state acquisite (preferibilmente nel minor tempo possibile). Così la crescita dei giovani viene orientata verso l’acquisizione delle competenze richieste dal mercato – ciò che costituisce il tramonto dell’educazione – le quali potranno garantirne il buon funzionamento nella società:

(…) si impone all’umano trasformato in ‘materia prima’, in ‘risorsa umana’ un ‘esoscheletro’ che deve saper indossare per aderire ai bisogni della società (p. 15).

Ai giovani, così, non viene lasciato né il tempo di sperimentare, di esplorare le proprie possibilità, né di conoscersi meglio indagando le proprie tendenze e inclinazioni. Funzionare meglio, e cioè acquisire sempre più competenze, diventa l’obiettivo a cui mirare per essere felici, e ciò comporta la rimozione della domanda di senso: non ci chiediamo più se qualcosa abbia significato per noi, o corrisponda alle nostre affinità, ma siamo indotti a domandarci se serva, o meno, al nostro curriculum.


Inoltre ci preoccupiamo di ristabilire al più presto il nostro funzionamento in caso di difficoltà tanto che, come afferma lo psicoanalista argentino: “i pazienti vengono dal clinico per chiedere di ‘funzionare bene’” (p. 91). Ma, come suggerisce la radice del termine esperienza – dal greco peiro, “passare attraverso” / peirào, “provare” e poi dal latino ex-perior, che implica “pericolo, prova” – è proprio nelle situazioni in cui l’umano sembra non ‘funzionare bene’, e cioè non superare con rapida efficienza le sfide della vita, che ha la possibilità di conoscersi meglio e di diventare adulto.

Perché dovremmo accettare i nostri dis-funzionamenti

Per fortuna – verrebbe da dire – l’umano continua, almeno in parte, a ‘funzionare male’, cioè si inceppa, vive di attese, “perdite di tempo”, fragilità e difetti. Si ostina a ribellarsi, in modo perlopiù inconscio, ai diktat della società del funzionamento. Parte del malessere psicologico che dilaga nella società moderna non è dunque dovuto all’imperfezione umana – laddove la promessa della tecnica è proprio quella di ovviare a questo “problema” – ma alla pretesa di un perfetto funzionamento e di performance illimitate. Se ascoltassimo il nostro corpo, sentiremmo il dolore che si accumula quanto più diamo credito a questa visione rigida della realtà, che nega la fragilità dell’esistenza umana. Ma potremmo scoprire anche che questo malessere è un peso di cui ci possiamo alleggerire. L’importanza del saggio di Miguel Benasayag risiede proprio in questo messaggio:

Quest’opera non è altro che un appello a non soffocare i nostri disfunzionamenti. Perché da essi dipende la nostra esistenza, e l’esistenza in generale. Sovente è difficile, nella solitudine del mondo virtuale, accettare le nostre incrinature, le nostre fragilità. Finiamo per tradire i nostri desideri per abbandonarci alle piccole gioie disciplinari del funzionamento. Per le donne e gli uomini che il mondo del funzionamento ha spinto a dubitare delle proprie stesse percezioni, questo piccolo volume è, spero, un sorriso d’amicizia.
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